
Dal 1° luglio entra in vigore in Cina la nuova Legge sull’unità etnica e il progresso, approvata dall'Assemblea nazionale nel marzo scorso. La normativa sostituisce la legge del 1984 sull’autonomia etnica regionale e segna un ulteriore passo nella politica del presidente Xi Jinping volta a rafforzare un’identità nazionale comune.
La Cina riconosce ufficialmente 55 minoranze etniche, che rappresentano circa l’8% della popolazione, mentre oltre il 90% dei cittadini appartiene all’etnia han. Tra le minoranze più numerose figurano gli uiguri dello Xinjiang, i tibetani e i mongoli.
La nuova legge stabilisce che il mandarino diventi la lingua principale d’insegnamento in tutte le scuole del Paese, con l’obiettivo che ogni cittadino acquisisca almeno una conoscenza di base della lingua ufficiale. Introduce inoltre misure più severe contro il separatismo e l’estremismo religioso e prevede la possibilità di perseguire anche persone o organizzazioni all’estero che, secondo Pechino, promuovano attività dirette a minare l’unità nazionale.
Secondo il viceministro della Giustizia Hu Weilie, la normativa mira a salvaguardare «l’armonia etnica, la stabilità sociale e la sicurezza nazionale» ed è conforme ai principi del diritto internazionale.
La legge ha però suscitato forti preoccupazioni tra le organizzazioni per i diritti umani, che temono un’ulteriore repressione dei diritti linguistici e culturali delle minoranze. Secondo diversi osservatori, l’obbligo del mandarino e il rafforzamento dell’identità nazionale potrebbero accelerare i processi di assimilazione degli uiguri, dei tibetani e dei mongoli, limitando l’uso delle loro lingue e tradizioni.
Le nuove disposizioni potrebbero avere ripercussioni anche sul piano internazionale, in particolare nei rapporti con Taiwan e con le comunità tibetane e uigure residenti all’estero, poiché la legge prevede la possibilità di sanzionare chi venga ritenuto responsabile di attività separatiste anche al di fuori dei confini cinesi.
Cancellare o sopprimere la lingua e la cultura di un popolo significa molto più che modificare le modalità di istruzione o l'uso di una lingua ufficiale. La lingua è il principale veicolo con cui una comunità trasmette la propria storia, i propri valori, le tradizioni, la memoria collettiva e il modo di interpretare il mondo. Quando una lingua smette di essere insegnata o utilizzata nella vita pubblica, nel giro di una o due generazioni rischia di scomparire insieme a una parte importante dell'identità del popolo che la parla.
Dal punto di vista del diritto internazionale, la questione è complessa. Gli Stati possono promuovere una lingua nazionale comune per favorire la comunicazione e la coesione del Paese. Tuttavia, strumenti internazionali come la UNESCO e la Nazioni Unite riconoscono anche il diritto delle minoranze a conservare e sviluppare la propria lingua, la propria cultura e le proprie tradizioni.
Se una politica statale non si limita a promuovere una lingua comune, ma scoraggia o impedisce l'uso delle lingue minoritarie nell'istruzione, nella vita pubblica o nelle istituzioni, molti studiosi parlano di assimilazione forzata. Alcuni utilizzano anche l'espressione "genocidio culturale", ma è importante precisare che questo termine non è una categoria giuridica autonoma nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. È invece un concetto impiegato in ambito storico, sociologico e nei dibattiti sui diritti umani per descrivere politiche volte a cancellare l'identità culturale di un gruppo.
Nel caso della nuova legge cinese, il dibattito ruota proprio attorno a questo punto. Il governo di Pechino sostiene che l'obiettivo sia rafforzare l'unità nazionale e garantire stabilità sociale. Molte organizzazioni per i diritti umani, invece, ritengono che l'imposizione del mandarino e le restrizioni alle espressioni culturali delle minoranze possano accelerare un processo di assimilazione, con il rischio di indebolire o far scomparire nel tempo lingue, tradizioni e identità di popoli come gli uiguri e i tibetani . Questa è la principale preoccupazione espressa a livello internazionale.
