TICINO TIBET
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Già a partire dal 1990 si occupa della questione tibetana. Acquisisce notorietà con il repotage fotografico del 1995 sulla fuga di una ragazzina tibetana di 6 anni accompagnata dal padre che da Lhasa ha attraversato la catena montuosa dell'Himalaya per raggiungere Dharamsala. Nel 1996 vince il premio "Picture of the year, mentre dal 2001 è il fotografo ufficiale di S.S. il Dalai Lama, accompagnandolo in più di 50 viaggi in tre anni.
È stato il direttore della fotografia del docufilm "Wisdom of Happiness" con protagonista il Dalai Lama.
Nel 2020 Manuel Bauer ha crea e promosso TruePicture, un programma di sostegno e mentoring rivolto a giovani fotoreporter impegnati e impegnate.
La rivista di maggio 2026 "Welcome Ticino" ha dedicato un'interessante intervista a Manuel Bauer.
13.05.2026
7 aprile 2026
Il Tibet non è solo il “tetto del mondo” per la sua altitudine, ma anche la culla dei più importanti fiumi dell’Asia. Qui nascono il Fiume Giallo, il Mekong, il Brahmaputra, l’Indo, lo Yangtze (Fiume Azzurro) e il Fiume Nu (Salween): corsi d’acqua che dissetano milioni di persone in Cina, India, Bangladesh, Vietnam, Cambogia, Laos, Birmania e Thailandia. Ma oggi, la Cina sta trasformando queste risorse naturali in uno strumento di potere, costruendo dighe e controllando il flusso idrico, con conseguenze drammatiche per i paesi a valle.
L’acqua come arma geopolitica
La Cina ha avviato un ambizioso piano di costruzione di dighe sul Mekong e su altri fiumi tibetani, riducendo il flusso idrico verso i paesi dipendenti. Nel 2021, ad esempio, il Mekong ha visto una riduzione del 50% del suo volume in alcuni periodi dell’anno, a causa dei mega-impianti idroelettrici cinesi. Questo ha scatenato proteste in Thailandia, Vietnam e Cambogia, dove l’agricoltura e la pesca dipendono da questo fiume.
Ma il controllo dell’acqua non è solo una questione economica: è una leva strategica. La Cina può usare l’accesso all’acqua come strumento di pressione nei confronti di paesi come l’India, con cui ha un contenzioso territoriale irrisolto. Il Tibet, con le sue risorse idriche, diventa così un pezzo chiave nella partita geopolitica asiatica.
Il Tibet, il Dalai Lama e l’“oro blu”
La recente volontà di Pechino di influenzare la successione del Dalai Lama non è solo una questione religiosa, ma anche strategica. Controllare la figura spirituale del Tibet significa legittimare il proprio dominio sulla regione e, di conseguenza, sulle sue risorse. Il 14° Dalai Lama, in esilio in India, ha ribadito che la successione sarà gestita dal Gaden Phodrang Trust, con sede in Svizzera, escludendo qualsiasi ingerenza esterna. Ma la Cina non sembra intenzionata a rinunciare al suo obiettivo: un Tibet sotto controllo diretto, con accesso illimitato alle sue risorse idriche e minerarie (come il litio, essenziale per le batterie dei veicoli elettrici).
Un futuro di tensione
La Cina considera il Tibet una “regione autonoma”, ma la realtà è ben diversa: il controllo militare e politico è stretto, e le proteste tibetane vengono represse. L’India, che ospita il governo tibetano in esilio, è in prima linea nella disputa, ma anche i paesi del Sud-Est asiatico guardano con preoccupazione alla crescita del potere cinese sui fiumi che li sostentano.
L’acqua, sempre più rara e preziosa, sta diventando il nuovo petrolio: chi la controlla, controlla il futuro. E il Tibet, con i suoi fiumi, è al centro di questa battaglia.
Reazioni dei paesi a valle: tra diplomazia e protesta
Mekong (Vietnam, Thailandia, Cambogia, Laos)
Brahmaputra (India, Bangladesh)
Nu (Salween) (Myanmar/Birmania, Thailandia)
Indo (Pakistan, India)
F.M.
Il Tibet non è negoziabile: gli interessi ecologici e civili dell’India
Quando si parla del futuro della politica indiana sul Tibet, bisogna considerare due elementi fondamentali: l’acqua e il Buddhismo.
Il dibattito tradizionale si concentra sulla geopolitica (confini, esercito, deterrenza), ma questa visione è incompleta. L’interesse dell’India per il Tibet riguarda due aspetti esistenziali: la sopravvivenza ecologica del subcontinente e l’integrità della sua eredità spirituale.
Abbandonare il Tibet significherebbe perdere sia le risorse idriche fondamentali sia una parte essenziale dell’identità culturale indiana.
Il Tibet e l’acqua
L’altopiano tibetano è il “cuore idrico” dell’Asia: ospita circa 46.000 ghiacciai è la fonte di grandi fiumi asiatici (Indo, Brahmaputra, Gange, ecc.) sostiene circa 1,8 miliardi di persone. Per l’India, questi fiumi sono vitali per: agricoltura città sopravvivenza economica.
Problemi principali
Il Tibet si sta riscaldando più velocemente della media globaleQuesto altera i monsoni indiani → rischio di siccità o inondazioni. La Cina sta costruendo oltre 190 grandi dighe.
Caso critico: diga di Metokprevista sul fiume Yarlung Tsangpo (Brahmaputra )potenza enorme (oltre 60 GW) darebbe alla Cina controllo diretto sull’acqua verso India nord-orientale
Rischi. area altamente sismica (forti terremoti) frane già documentate con inondazioni devastanti.
Conclusione: la gestione cinese del Tibet può minacciare direttamente la sicurezza idrica dell’India.
Il Tibet e il Buddhismo
Il Buddhismo nasce in India: illuminazione del Buddha a Bodh Gaya, primo insegnamento a Sarnath università di Nalanda.
Il Tibet conserva oggi la forma più completa del Buddhismo indiano (Vajrayana).
Ruolo del Tibet: custodisce tradizioni spirituali originarie dell’India. Figure come il Dalai Lama sono parte di questa eredità.
Quando l’India ha accolto il Dalai Lama (1959), ha anche protetto una parte della propria civiltà.
Il problema con la CinaLa Cina sta cercando di controllare il Buddhismo tibetano: leggi per assimilare la cultura tibetana, controllo sulle reincarnazioni dei leader religiosi, imposizione di un proprio Panchen Lama. Questo significa che uno Stato ateo vuole controllare una religione. Se l’India accetta questa situazione: perderebbe il controllo sulla propria eredità spirituale, legittimerebbe un Buddhismo “politicizzato”.
Conclusione: Il Tibet è cruciale per l’India su due livelli:
1. Materiale (ecologico) fonte dell’acqua e dei monsonisicurezza agricola e climatica
2. Civile (culturale e spirituale) custode del Buddhismo indiano, parte dell’identità storica dell’India.
Difendere il Tibet non è altruismo, ma interesse nazionale:significa proteggere acqua, clima e identità culturale.
di Cinzia Robbiano
5.04.2026
27 ottobre 2025 da LaRegione
di Paolo Bernasconi, avvocato
“Uyghurs on sale”: il mercato degli schiavi di etnia uigura persiste. Da decenni il Partito comunista cinese (Pcc) utilizza i lavori forzati non soltanto come strumento di repressione, ma anche come strumento economico. Perché “schiavismo federale”? Per il fatto che il Consiglio federale ha appena annunciato l’avvio dei negoziati per rinforzare l’Accordo di libero scambio fra la Svizzera e la Cina in vigore dal 1° luglio 2014.
Il comunicato federale sottolinea gli interessi di determinate imprese svizzere. Nell’ultima riga annuncia dei “miglioramenti” nel settore dei lavori forzati. Si tratta, una volta di più, di “macabra cosmetica”. Infatti il Pcc da decenni mette in pratica strategie per occultare la schiavitù alla quale sono sottoposte milioni di persone che appartengono alle minoranze musulmane, in particolare nella regione dello Xinjiang: utilizzo di una falsa terminologia (“poverty alleviation, vocational training, re-education”), produzione di rapporti e di filmati fasulli, nonché organizzazione di visite-fantoccio per mostrare nelle fabbriche-modello lavoratori e lavoratrici uiguri forzati a dichiarare che sono “felici”, proibizione di visite indipendenti da parte di giornalisti stranieri o di delegazioni delle Nazioni Unite, falsificazione dei rapporti di audit e della documentazione destinata alle imprese straniere, trasferimento degli schiavi in province lontane dallo Xinjiang, come Guangdong e Shandong, intimidazione delle famiglie nello Xinjiang per garantirsi il loro silenzio, “riciclaggio” delle catene di fornitura, specialmente nei settori del cotone, dei legumi e del polisilicone (impiegato per i pannelli solari), accuse di terrorismo e di propaganda anticomunista nei confronti dei rapporti delle Ong.

Durante i primi dieci anni dall’entrata in vigore di questo Accordo, il Consiglio federale e in particolare la Segreteria di Stato dell'economia (Seco) sono riusciti a smascherare i meccanismi organizzati sistematicamente dal Pcc? Si tratta di una domanda alla quale il Consiglio federale deve rispondere, rendendo conto al Parlamento mediante rapporti scritti, così come il Consiglio federale deve finalmente abbandonare la sua abitudine di macabro silenzio riguardo alla pantomima degli “incontri annuali con le delegazioni cinesi sul tema dei Diritti umani”. Da una parte anche il Consiglio federale ha sottoscritto condanne espresse da parte di gruppi di Paesi occidentali, in particolare dopo la pubblicazione dei rapporti agghiaccianti delle Nazioni Unite, come pure di numerose Ong (Human Rights Watch, Australian Strategic Policy Institute / Aspi, Victims of Communism Memorial Foundation, Helena Kennedy Center Investigation, C4ADS Report on Gold Mining e altre).
Le dichiarazioni del Consiglio federale a favore della pace e della giustizia sono in contraddizione rispetto alla sua complicità con lo schiavismo praticato dal suo partner, il Pcc. D’altra parte, le imprese svizzere sono ormai obbligate a verificare diligentemente le catene di fornitura per evitare di incappare nel commercio di merce prodotta da schiavi in Cina. Queste procedure di verifica sono molto costose, in particolare a causa delle pratiche di occultamento appena descritte: di conseguenza, i vantaggi doganali a favore delle imprese svizzere risulteranno mitigati se non addirittura annullati per via dei costi elevati dovuti alle verifiche obbligatorie.
Numerose Ong internazionali hanno costretto le imprese multinazionali a produrre ampia documentazione per smentire la loro complicità a favore del lavoro forzato in Cina, come attestano numerosi rapporti riguardanti società quali Nike, Adidas, Puma, Hugo Boss, fabbriche di automobili (Bmw, Jaguar, Land Rover, Volkswagen), Apple, Dinasty Gold e, ovviamente, le imprese tessili e della moda. Il Consiglio federale ha coniato il termine di “Svizzera potenza umanitaria”, in piena contraddizione con lo stralcio da questo famigerato Accordo delle clausole di protezione dei Diritti umani, ciò che permette al Pcc di continuare nelle pratiche di genocidio a danno delle comunità musulmane e tibetane in Cina e nel Tibet, dove ogni anno migliaia di bambini vengono deportati per essere sottoposti al lavaggio del cervello nelle scuole cinesi. Se il Parlamento svizzero dovesse approvare il nuovo Accordo di libero scambio con la Cina, è ammesso il referendum: la popolazione svizzera sarà chiamata ad accettare o meno la complicità con il
genocidio praticato dal Pcc. Sarà una battaglia per una vera neutralità.
Questo articolo è stato pubblicato in francese sulla ‘Tribune de Genève’.
Il 10 marzo 1959, nove anni dopo l’occupazione cinese del Tibet e dopo tre anni dall'inizio di una guerriglia anticinese nella parte orientale del Paese, si diffuse la voce dell’intenzione dell’invasore di rapire il Dalai Lama. Ciò mise in subbuglio la popolazione e si verificò una prima rivolta popolare.
Nell'estate del 1950 le truppe cinesi avevano occupato il Tibet, ma la politica cinese di assimilazione forzata incontrava sempre più resistenza nell'altipiano himalayano, regione con una sua identità culturale forte. La resistenza raggiunse il suo apice a Lhasa il 10 marzo 1959. Per tutta risposta nei giorni successivi i moti di rivolta furono sedati con le armi. Nelle settimane e nei mesi successivi circa 80 000 tibetani - secondo le stime del Governo tibetano in esilio - fuggirono in India, Nepal, Sikkim e Bhutan. Il 24enne Dalai Lama, capo spirituale e - per molti tibetani - leader politico del Tibet, fuggì il 17 marzo da Lhasa e il 31 marzo raggiunse l'India.
«Riteniamo che l'istanza di ammettere in Svizzera 1000 rifugiati tibetani rientri nel solco della nostra tradizione umanitaria e sia da accogliere.» Questa richiesta del capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) Ludwig von Moos al Consiglio federale sanciva il 9 marzo 1963 ufficialmente quello che si era manifestato nel marzo di quattro anni prima: la solidarietà della Svizzera nei confronti del Tibet e del popolo tibetano.
Nell'ottobre 1960 i primi profughi raggiunsero la Svizzera: 20 bambini furono ospitati nel Villaggio Pestalozzi di Trogen, in Appenzello, e questo nonostante le proteste della Cina - l'ambasciatore cinese parlò di «atto politico deliberato contro la Cina». Incurante, la Svizzera proseguì su questa strada: nel 1964 vivevano a Trogen 34 bambini tibetani con 8 accompagnatori.
I reportage giornalistici su un ragazzo tibetano ospitato in una famiglia di Olten suscitarono un'ondata di interesse e consensi. Le autorità svizzere assecondarono questa iniziativa privata concedendo un permesso generalizzato d'immigrazione: dall'agosto 1961 al marzo 1964 furono affidati a famiglie svizzere 158 bambini tibetani.
Negli anni successivi altri profughi trovarono ospitalità nel nostro Paese. I tibetani in Svizzera sono oggi 3000 e costituiscono la seconda più grande comunità tibetana al di fuori dell'Asia.
Fonte: Archivio Federale Svizzero 09.03.2025
In Svizzera i tibetani e gli uiguri subiscono una repressione transnazionale; essi sono probabilmente posti sotto pressione da attori della Repubblica popolare di Cina e in parte viene loro impedito di esercitare i diritti fondamentali. Il Consiglio federale è giunto a questa conclusione in un rapporto in adempimento di un postulato, adottato il 12 febbraio 2025.
Queste affermazioni si fondano su un rapporto dell'università di Basilea su incarico dell'Ufficio federale di giustizia e della Segreteria di Stato della migrazione. Il rapporto constata che in Svizzera, la Repubblica popolare di Cina con grande probabilità induce dei tibetani e uiguri a spiare e mettere sotto pressione membri delle loro comunità. Vi sono seri indizi che evidenziano come persone politicamente attive sono sistematicamente osservate, fotografate e filmate. Oltre gli attacchi informatici e la sorveglianza di attività di comunicazione. Secondo il rapporto anche cittadini svizzeri impegnati politicamente in tale settore sono potenzialmente toccati.
Bisogna sensibilizzare le autorità
Il Consiglio federale indica le misure adottate dalle autorità svizzere sul piano nazionale e internazionale a tutela nei confronti della repressione transnazionale. Raccomanda una seria di misure aggiuntive nei settori della prevenzione, del coordinamento e della sensibilizzazione. Si intende così chiarire le competenze, migliorare la comunicazione tra gli attori e verificare inoltre l'efficacia degli strumenti e dei mezzi attuali per affrontare la repressione transnazionale. Si vogliono anche sensibilizzare tutti i servizi della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni che possono essere confrontati alla repressione transnazionale, per poter identificare tali attività e reagire in modo adeguato.
Per la redazione del rapporto è stato istituito un gruppo di lavoro interdipartimentale che ha incaricato l'Europainstitut dell'Università di Basilea di redigere un rapporto di ricerca sulle forme effettive e percepite di pressioni subite da tibetani e uiguri in Svizzera. Inoltre, l'Istituto svizzero di diritto comparato ha allestito uno studio su come altri Stati di impronta occidentale affrontano la repressione transnazionale sui loro territori.
Fonte: Ufficio stampa SEM 12.02.2025
Foto durante il Flashmob del 12 agosto a Locarno. Siamo tutti sorvegliati speciali

Dieci anni fa, il 1° luglio, è entrato in vigore l'accordo di libero scambio tra la Svizzera e la Repubblica Popolare Cinese (RPC). In questi dieci anni, la situazione dei diritti umani nella Repubblica Popolare è peggiorata in modo massiccio. La repressione contro la popolazione tibetana e uigura, in particolare, è aumentata in modo significativo. I diritti umani non sono affatto menzionati nel testo dell'accordo di libero scambio. Su richiesta del mondo economico, la Svizzera vuole ora estendere l'accordo, soprattutto per includere ulteriori esenzioni tariffarie per l'industria chimica e dei macchinari. Esigiamo una chiara linea rossa: nessun ulteriore sviluppo dell'accordo di libero scambio senza una sostanziale inclusione dei diritti umani!
Regia: Pawo Choyning Dorji (Bhutan)
Cosa ci fa un lama con un fucile?
"Volevo che i personaggi del Lama e del monaco nel film personificassero la venerazione bhutanese per la cultura e le tradizioni del buddhismo. Una personificazione in cui c'è così tanto rispetto per la disciplina, che la gente rurale non sussulterebbe di fronte all'audacia di un monaco con un fucile."
Il ritorno come regista del giovane Pawo Choyning Dorji con il suo nuovo film "C'era una volta in Bhutan",
Rracconta l’emozionante storia di un giovane insegnante che verrà mandato a insegnare nella scuola più remota al mondo, quella del piccolo villaggio di Lunana. Il film è stato girato tra i meravigliosi paesaggi del Bhutan, con protagonisti i bambini e gli abitanti del villaggio.
Distributore in italia: Officine UBU
Il giovane regista, fotografo e scenegiattore butanese è conosciuto per il suo fim "Lunana - Il villaggio alla fine del mondo"(Lunana: A Yak In The Classroom), già candidato all'Oscar come miglio film internazionale.
Pawo Choyning Dorji è anche il produttore del film del regista/monaco Khyentse Norbu "Hema Hema – Sing me a song while I wait". Il film è stato proiettato in prima Mondiale nel 2016 al Locarno Film Festival
"Hema Hema – Sing me a song while I wait"
Regia Khyentse Norbu
Prima mondiale al Locarno Festival 2016 - Sezione Open Doors
l filo conduttore delle diverse attività proposte, sarà la mostra “L’architettura della detenzione” già proposta alla Biennale di Venezia 2023 ed il cui tema nasce da un’inchiesta che ha vinto il Premio Pulizer 2021; il focus degli eventi, ovviamente, è la salvaguardia e la tutela dei Diritti Umani.
4.07.2023
A proposito di diritti umani violati in Cina:
Thomas Büchli, Presidente Società Amicizia svizzero-tibetana
4.07.2023
Rizwana Ilham, Presidente, Associazione Uiguri Svizzera
4.07.2023
Pema Tseden, famoso regista, sceneggiatore e professore della Scuola di Cinema della China Academy of Art, è morto a soli 53 anni, a Lhasa, in Tibet, dove stava lavorando ad un nuovo film Singpangtra, nelle prime ore dell'8 maggio a causa di un problema cardio circolatorio.
Pema Tseden ha ispirato una nuova generazione di tibetani a esplorare il cinema come linguaggio di creazione dell'identità e ha motivato i registi tibetani di tutto il mondo a padroneggiare il loro mestiere come strumento per condividere con il mondo una prospettiva distintamente tibetana.
"In una situazione difficile come quella del Tibet e con pochissimi registi tibetani in esilio, Pema Tseten si è assunto la responsabilità di realizzare film basati sulla situazione reale del Tibet e sui cambiamenti in atto", ha dichiarato Tenzin Sonam, regista tibetano con sede a Dharamsala, in India. (leggi di più)
Da 20 anni, Open Doors sostiene la produzione di film provenienti da regioni in cui fare cinema indipendente è particolarmente difficile. Fornendo formazione, condivisione di conoscenze e sostegno, oltre a opportunità di networking e di proiezione, l'iniziativa Open Doors è pensata per accompagnare i registi in ogni fase del loro percorso creativo. Siamo orgogliosi di contribuire a valorizzare queste voci vitali e siamo lieti di vedere così tanti ex allievi di Open Doors ottenere riconoscimenti e consensi internazionali. Tra questi, quattro film selezionati per il Festival di Cannes di quest'anno: If Only I Could Hibernate di Zoljargal Purevdash (Un Certain Regard), Tiger Stripes by Amanda Nell Eu (Semaine de la Critique), In Flames di Zarrar Kahn e Inside the Yellow Cocoon Shell di Thien An Pham (both in the Quinzaine des Réalisateurs)!
"Tutto ciò che produciamo o usiamo, prima o poi finisce per diventare spazzatura"
Il regista austriaco Nikolaus Geyrhalter segue la spazzatura in tutto il pianeta e mostra la lotta senza fine delle persone per sbarazzarsi di questa enorme quantità di spazzatura. "Tutto ciò che produciamo o usiamo, prima o poi finisce per diventare spazzatura".
Una fila infinita di camion riempiti fino all’orlo di spazzatura si avvia verso un interramento di rifiuti da qualche parte nel Sud dell’Asia. Riconosciamo il Nepal, Kathmandu dove lavoratori in risciò portano tra le strette vie della città la spazzatura ai camion che in fila uno dopo l'altro li trasportano alla discarica e poi bruciati.
Da questa montagna di pattume si passa ad una cima alpina vallesana, dove si vedono da lontano gli sciatori che attraversano la neve immacolata. Dall’alto dell’impianto sciistico, un camion dell’immondizia è trasportato sotto una funivia verso il paesino in fondo, galleggiando nell’aria in un momento di poesia surreale.
Da qui si arriva in un resort di lusso ai tropici, dove l’estetica da cartolina è rovinata da mucchi di plastica che emergono dall’acqua in mezzo alle palme.
Lo sguardo poi va verso i volontari, gli attivisti, verso i lavoratori, ma comunque tutto ciò che non è biodegradabile rimane, ci contamina.
Il fiilm documentario in concorso al 75 Locarno FilmFestival ha vinto il PARDO VERDE WWF 2022 come film che meglio riflette la tematica ambientale tra tutte le sezioni competitive del Festival
Locarno Green Project: il Pardo Verde WWF, sarà assegnato all’opera in concorso al Festival che meglio rifletterà una tematica ecologica, offrendo al pubblico interpretazioni nuove e stimolanti, che ispirano il cambiamento
Clicca qua sul nuovo sito freechina.ch
Petizione del sito freechina.ch Nel suo comunicato datato 28 luglio 2021, il Municipio riferisce dei buoni rapporti con l’Ambasciatore della Cina in Svizzera e con le tre Città cinesi gemellate con Lugano.
In conformità con la campagna di promozione degli obbiettivi dell’agenda ONU, per il raggiungimento dei traguardi del n.16 Pace e Giustizia e in virtù dei buoni rapporti tra il municipio e l’ambasciatore cinese in Svizzera; i sottoscritti invitano il Municipio di Lugano a far pervenire con urgenza una lettera all’Ambasciata cinese a Berna e agli organi responsabili delle Città di Hangzhou, Shenzhen e il Distretto di Shaoyang di Pechino con la richiesta di collaborare ad ogni iniziativa volta allo scopo di:
Il Parlamento Europeo, ha approvato a maggioranza giovedi 18 gennaio una risoluzione con la quale invita la Cina al rispetto delle disposizioni della propria costituzione che garantiscono i diritti dei tibetani e di altri cittadini cinesi alla libertà di espressione e parola,alla libertà di associazione e religione, incluso il diritto di criticare o protestare contro la politica del governo.
La risoluzione adottata dal parlamento – l’organo legislativo di Strasburgo, con sede in Francia composta da 28 Stati membri dell’Unione europea – ha preso in particolare considerazione il caso dell’attivista tibetano Tashi Wangchuk, che ora deve affrontare una pena detentiva di 15 anni, difensore del diritto dei tibetani a studiare ed esprimersi nella loro lingua e per questo accusato di “incitamento al separatismo”.
Inoltre, è stata posta particolare attenzione al monaco tibetano Choekyi, imprigionato nel 2015 per aver festeggiato il compleanno del leader spirituale il Dalai Lama. Il Parlamento europeo ha chiesto il rilascio “immediato e incondizionato” di entrambi gli uomini.
In un’intervista a RFA , Michaela Sojdorva, vicepresidente della delegazione ceca del gruppo del Partito popolare europeo e coautore della risoluzione, ha dichiarato:
“Siamo sinceramente molto preoccupati per la vita di questi uomini”, sottolineando che Choekyi in particolare, in carcere è in condinzioni di salute precarie.
Parlando per telefono, Sojdorva ha ripetuto la richiesta del parlamento inviata a Pechino di impegnarsi in colloqui con il Dalai Lama volti a risolvere pacificamente la questione del Tibet e che il parlamento ha osservato nella sua risoluzione che la legge penale cinese “viene violata per perseguitare i tibetani e Buddisti, le cui attività religiose sono equiparate al separatismo”.
“Ribadiamo la richiesta al governo della Repubblica popolare cinese di impegnarsi con Sua Santità il Dalai Lama attraverso il dialogo e la negoziazione al fine di garantire al Tibet un’autentica autonomia nel quadro della costituzione della Repubblica popolare cinese “.
“Esortiamo le autorità cinesi a rilasciare immediatamente tutti i difensori dei diritti umani e chiediamo al governo cinese di rispettare la propria costituzione, in particolare per quanto riguarda la protezione delle minoranze etniche nazionali”
“Invitiamo l’Unione europea a sollevare regolarmente la questione delle violazioni dei diritti umani in Cina nei suoi dialoghi con il paese, il parlamento ha mostrato “una voce forte, chiara e unitaria “.
Nella risoluzione viene affermato che:
“La Cina ha scelto di salvaguardare i diritti umani sottoscrivendo una vasta gamma di trattati internazionali sui diritti umani “
“Il Parlamento europeo chiede, pertanto, il dialogo con la Cina per far rispettare tali impegni”.
Radio Free Asia,18/01/2018
Traduzione Laogai Research Foundation Italia Onlus
Larung Gar era fino a pochi mesi fa il centro del buddismo tibetano più grande al mondo. Entro settembre 2017 il governo cinese ha deciso di spostare circa 10'000 monaci che qui risiedevano e studiavano.
La drammatica demolizione di Larung Gar è un grave abuso che non rispetta la Convenzione dei Diritti Umani. I monaci e le monache, che hanno reso Larung Gar la loro casa, sono impediti dallo stato di praticare la loro religione. In segno di protesta ci sono stati già diversi suicidi
Larung Gar, fondato da Khenpo Jigme Phuntstok, è un centro altamente rispettato e iconico del buddismo tibetano, noto in tutto il mondo per i suoi insegnamenti. È di importanza incommensurabile in termini di lingua, cultura e religione tibetana e dovrebbe essere un tesoro culturale protetto.
Il parlamento EU e il Tibet sono alla base della risoluzione approvata dall’organo dell’Unione Europea il 15 dicembre con numero 2016/3026. Questo documento tratta del difficile rapporto fra la Cina e il popolo Tibetano e in particolare del caso legato alla demolizione dell’Accademia buddista tibetana Larung Gar. La risoluzione si apre con i dovuti rifermenti sia a quanto prodotto negli anni sia dal rapporto fra l’Unione Europea e le parti in causa, cioè la Cina stessa e il Governo Tibetano in Esilio, che di tutte le fonti e le discipline che riguardano gli attori in causa e le loro relazioni dirette. Si tratta di fondamenti tratti sin dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 per proseguire coi continui contatti e accordi diplomatici internazionali che riguardano le parti di queste vicende e che evidenziano in particolare la funzione mediatrice e propositiva dell’Unione Europea.(fonte Aref: http://www.arefinternational.org/il-parlamento-eu-e-laccademia-larung-gar-in-tibet/ )
Non lasciamo che il TIBET e la sua cultura vengano cancellati dalla faccia della terra per meri interessi della finanza e dell'economia. Non lasciamoci prendere in ostaggio da chi non rispetta le fondamenta dei Diritti Umani.
Presidente cinese Xi Jinping è invitato al Forum economico mondiale (WEF) di Davos il 17 gennaio 2017. Ciò rappresenta una preziosa opportunità e l'obbligo per il governo svizzero e per gli organizzatori del WEF di parlare con il presidente cinese sui principi umani di base - inclusi i diritti umani - che dovrebbero governare le relazioni economiche e politiche tra la Svizzera e la Cina.
Tramite questa petizione desideriamo chiedere al Parlamento svizzero, al Governo svizzero e ala Presidenza WEF di accogliere tutti i punti menzionati nella nostra petizione per quanto riguarda i seguenti aspetti e si faccia il possibile affiché:
1. si aboliscano i campi di lavoro forzati Laogai
2. si interrompa lo sfruttamento delle risorse naturali e idriche del Tibet
3. si garantisca la libertà generale del movimento, di espressione e informazione
4. si garantisca la libertà del popolo tibetano, il popolo Uighuri nonché i diritti umani fondamentali delle nazionalità etniche in Cina
5. si rispettino le clausole generali dei diritti umani e del lavoro internazionale standard all'interno della esecuzione dell'accordo di libero scambio tra la Svizzera e la Repubblica popolare cinese
La petizione dettagliata la trovi cliccando qua
Il simbolismo della Bandiera Nazionale Tibetana
13.07.2015 /Mianyang (AsiaNews) – È morto nella notte il monaco tibetano Tenzin Delek Rinpoche, simbolo della lotta per la liberazione del Tibet. Tenzin, 65enne, stava scontando da 13 anni una condanna all’ergastolo nella prigione di Mianyang, nella provincia di Sichuan. Il religioso soffriva da tempo di problemi cardiaci che, secondo gruppi per i diritti umani, non sono mai stati curati dai suoi carcerieri.
Una fonte tibetana di Radio Free Asia, riferisce che “la polizia cinese ha informato i parenti delle sue condizioni di salute critiche, ma quando essi si sono precipitati a visitarlo gli è stato detto che era già morto”. Un’altra fonte afferma che il corpo del monaco non è stato reso alla famiglia dopo la morte, avvenuta alle 16 ora locale.
Due parenti del religioso erano a Chengdu, capitale del Sichuan, da più di una settimana nella speranza di poter visitare il loro congiunto sofferente, ma le autorità della prigione non lo hanno permesso.
Tenzin era stato condannato a morte nel dicembre del 2002 insieme all’attivista 28enne Lobsang Dhondup, per un attentato a Chengdu avvenuto nell’aprile dello stesso anno: l’esplosione di una bomba aveva ucciso una persona e ferito una seconda. I funzionari cinesi si sono sempre rifiutati di fare un processo a porte aperte (al contrario di quanto prevede la legge cinese) e di rilasciare il verdetto o gli atti d’accusa.
Lobsang Dhondup è stato giustiziato nel gennaio 2003, mentre la condanna di Tenzin è stata poi commutata in carcere a vita.
In un rapporto pubblicato a due anni dalla fine del processo, l’Osservatorio per i diritti umani (Hrw) ha dichiarato che il procedimento dell’accusa è “errato dal punto di vista procedurale” e che Tenzin Delek Rinpoche è stato accusato per “ostacolare i suoi sforzi per promuovere il buddhismo tibetano e per sviluppare la società tibetana e le sue istituzioni culturali”.
Students for a Free Tibet, organizzazione no profit con sede a New York, ha definito “devastante” la notizia della morte di Tenzin, “un eroe tibetano”, un “venerato maestro di buddhismo tibetano e un coraggioso avvocato della sua gente”, morto “in circostanze sospette”. Il gruppo ha reso noto che “i tibetani residenti in Tibet stanno già chiedendo alle autorità locali la resa del corpo, per poter officiare i riti religiosi buddhisti”.
Riconosciuto negli anni’80 dal Dalai Lama come una lama reincarnato, Tenzin Delek Rinpoche è stato un leader della comunità tibetana e per decenni un sostenitore della preservazione dell’ambiente, della cultura, della religione e dello stile di vita tibetani. Secondo la International Campaign for Tibet (Ict) il monaco è stato incarcerato “per un crimine che non ha mai commesso”.
Nel 2010 i tibetani avevano organizzato una giornata mondiale di mobilitazione per il rilascio del religioso, lanciando una petizione e raccogliendo 40mila firme. Secondo la Ict, “ciascuno dei 40mila firmatari – che hanno accompagnato la firma con la propria impronta digitale in inchiostro rosso – sa che rischia la sua libertà e forse la sua vita per aver parlato a favore di Tenzin Delek Rinpoche”. (www.asianews.it/)
care amiche, cari amici,
la nostra azione di soccorso per nostri amici nel Nepal è iniziata bene. Ringraziamo di cuore tutti nostri amici in Svizzera, Francia, Oltremare per loro donazioni generose e per la
compassione e sostegno della popolazione in Nepal. Grazie anche alla solidarietà riescono sopravvenire coraggiosamente questi tempi difficili, tempi di dolore per la perdita dei membri della
famiglia e degli amici, vivere giornalmente le scosse di assestamento e le condizioni di vita precaria. Oggi tutto il dramma si è accentuato con un’altro sisma della stessa potenza come quello
del 25 aprile. Che prova per la povera popolazione!
Ho potuto raggiungere la mia famiglia a Kathmandu e sono sollevata che tutti stanno bene. Mia sorella Dikila e suo marito Jhampala erano in città Kathmandu per coordinare il nostro aiuto. Erano a
Thamel, quartiere famoso in città quando si è sentito il terremoto. C’era un grande chaos di persone disperate. Erano preparati per scosse quotidiane di assestamento, però quello odierno era di
nuovo molto violento: altre case sono crollate e si lamentano vittime in città, del centro sismico, vicino alla frontiera con il Tibet a nord-est di Kathmandu, non si hanno ancora notizie.
Ai nostri amici vorrei richiamare l’attenzione che dal 1959 all’occasione dell’occupazione cinese del Tibet, i rifiugiati tibetani si sono insediati anche ne Nepal. L’aiuto svizzero per rifugiati
sotto l’agenzia SAT ha realizzato numerosi progetti con i rifugiati tibetani e ancora oggi esistono campi di rifugiati tibetani nel Mustang, a Pokhara, a Kathmandu. Nella capitale esistono ancora
fabbriche di tappeti tibetani fondati in quella epoca. La zona attorno il grande stupa di Bauddhanath è animato della presenza dei monasteri tibetani e dei Tibetani che si sono istallati nel
quartiere. Nella regione himalayana la popolazione ha parentele e radici culturali tibetane - questo è nostro legame con il Nepal e con i Nepalesi. Tante famiglie sono buddiste e frequentano i
luoghi sacri buddisti : monasteri in centro e attorno Kathmandu. Spesso, come era usanza nel Tibet, un membro della famiglia entra nel monastero per ricevere una educazione gratuita e una buona
formazione.
Per questi giovani e loro famiglie ci impegniamo. Manjushri Dechen Buddhist Learning Center ( MDBLC) è una scuola monastica sotto la guida del defunto Drubthob Rinpoche con oltre 50 ragazzi
dell’area Langtang e Rasura. Il terremoto ha portato tanto dolore alle loro famiglie e alcuni sono diventati orfani.Il segretario della scuola Ngawang Sangpo (ex allievo) ha perso tutta la sua
famiglia nel Langtang. La sorella di S.S. Dalai Lama, Mrs Jetsun Pema la, al momento in visita in Svizzera, sul mio rapporto della situazione ha spontaneamente offerto di accogliere gli orfani
nelle scuole TCV/SOS villaggi dei bambini.
Che buone notizie! Che bella proposta e offerta per gli orfani. Naturalmente bisogna ancora fare delle ricerche e dei chiarimenti.
Mia sorella ha informato che oltre 80 persone sono state evacuate con un volo speciale dal Langtang. Sono stati portati al Langtang Relief Center del monastero di Gosok Rinpoche a Kathmandu.
L’aiuto e l’assistenza sono coordinati dal Tibetan Welfare Center. Il Welfare Center è una istituzione ufficiale del governo tibetano in esilio per la comunità tibetana nel Nepal. Di questo
ufficio saranno distribuiti gli aiuti materiali e finanziare del Governo in esilio, dell’ufficio privato di SS Dalai Lama, dei Tibetani da tutto il mondo. Mia sorella Diki ha fatto i contatti e
richiesto il coordinamento per nostri aiuti (TicinoTibet, Graines d’Avenir, Aide-aux-enfants tibetains). Riceviamo i rapporti e resoconti dei fondi distributi con tutta la trasparenza
necessaria.
Care amiche, cari amici, con queste righe vi raccomando il nostro impegno all’aiuto autentico e diretto per nostri amici nepalesi provati della tragedia dei terremoti e vi chiedo un ulteriore
sostegno generoso.
Grazie di cuore!
Associazione TicinoTibet
Tashi

Il lama buddhista stava scontando da 13 anni una condanna all’ergastolo per un crimine mai commesso. Le sue condizioni di salute erano gravi da tempo, ma nessuno lo ha curato. Cordoglio di tutto il mondo tibetano per il “venerato maestro”, morto “in circostanze sospette”.
È morto in prigione Tenzin Delek Rinpoche, “eroe tibetano” e difensore della sua
gente
Proprio un giorno prima della “giornata mondiale dei diritti umani”, istituita dall’ONU, il 9 dicembre, il Consiglio Nazionale dovrà esprimersi sull’accordo commerciale fra Svizzera e Cina.
Alcune associazioni, tra cui Ticino Tibet, e ONG del nostro paese hanno criticato questo accordo poiché la questione dei diritti umani e dell’ambiente, non rispettati dal colosso economico cinese, viene blandamente citata nel preambolo dell’accordo, e dunque non è per nulla vincolante.
“La promozione dei diritti dell'uomo è un obiettivo della politica estera della Svizzera” si legge nel sito dell’amministrazione federale. La Svizzera e la Cina hanno avviato il dialogo sui diritti dell’uomo nel 1991. L’obiettivo era di ottenere un miglioramento duraturo della protezione dei diritti dell'uomo. Sono trascorsi ben 22 anni e di strada se ne è fatta ben poca.
Per poter commerciare con la massima libertà economica noi svizzeri vogliamo calpestare le libertà civili, i diritti umani, vogliamo sfruttare esseri umani, distruggere l’ambiente tanto tutto ciò succede lontano dai nostri occhi e allora non ce ne sentiamo responsabili ?
In Cina, si sa che quotidianamente sistematicamente sono violati i diritti umani. La persecuzione contri i credenti di tutte le religioni e negli ultimi anni uno spietato accanimento contro i Falung Gong internati a migliaia nei tristemente famosi Laogai, la repressione violenta dei movimenti che chiedono la tutela dei diritti civili e delle minoranze etniche, tra cui le deportazioni forzate di intere popolazioni, gli aborti e le sterilizzazioni forzate, le esecuzioni di massa, il traffico di organi di condannati a morte, lo sfruttamento dei bambini sottoposti a lavori forzati, la repressione politica, senza sottovalutare l’inquinamento ambientale che si aggrava sempre più con conseguenze climatiche per l’intero globo. Ecco quanto noi Svizzeri sosterremo firmando un simile accordo. Il governo lo deve rinviare al mittente, pretendendo di inserire una clausola sul rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, con la possibilità di sanzioni e di meccanismi di sorveglianza efficaci per far rispettare queste disposizioni.
Ma forse la Svizzera è troppo debole per dettare alla Cina delle disposizioni vincolanti.
Francesca Machado
Vice-presidente Ticino Tibet
Puoi scaricare l'esempio di lettera qua sotto
Esempi per i PS:
“PS: Sino ad oggi ho sempre ritenuto che Lei fosse un politico vicino alla gente, onorando i valori svizzeri!”
“PS: Per favore si ricordi che la Svizzera ed il Tibet sono sempre stati uniti da una grande amicizia”
“PS: Per favore prenda sul serio le nostre preoccupazioni”
“PS: La prego di farmi sapere come ha votato.”
Se vuoi ricevere il modello in formato word scrivi a
machado(at)ticino.com
