Losar sul calendario lunare tibetano è il
22 febbraio 2012
Auguriamo che
l’ anno dell’ Drago di acqua
2139
vi regali tanta gioia,
pace
e felicità!
A tutti membri
dell’ Associazione TicinoTibet
Vi invitiamo a partecipare numerosi alla
10° assemblea annuale della nostra associazione che si terrà
SABATO 31 MARZO 2012
alle ore 17.30
presso il Centro IRG
Via San Francesco 4, Locarno
(Città Vecchia)
Ordine del giorno:
1. Saluto del comitato
2. Approvazione del verbale del 18.06.2011
3. Rapporto delle attività del 2011
4. Finanze
5. Rapporto dei revisori
6. Nomine
7. Programma 2012
8. Riorganizzazione dei padrinati delle scuole GCBS
9. Diversi
Il verbale del 18.06.2011 e il rapporto finanziario 2011 possono essere richiesti alla sede dell’ATT.
Rinfresco offerto dall’associazione
Gli amici che hanno il piacere di prolungare la serata in nostra compagnia cenando al Ristorante Govinda (vegeteriano indiano) sono pregati di annunciarsi. Vi preghiamo di telefonare al numero 076 389 02 32 oppure per mail att.freetibet@bluewin.ch entro il 28 marzo 2012.
Ringraziandovi per il vostro fedele sostegno e nell’attesa di poterci rincontrare, vi porgiamo
cordiali saluti
Mentre in Tibet si è accesa l’altro ieri l’ennesima torcia umana, si è infatti dato fuoco a Rongpo Jamyang Palden un monaco di 34 anni, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki.moon si è detto preoccupato delle condizioni di salute dei tre tibetani che da 24 giorni digiunano a New York accampati in uno slargo di fronte all’ingresso principale del Palazzo di Vetro. Organizzato dal Tibetan Youth Congress, il più forte movimento non governativo della diaspora tibetana, questo “Indefinite Hunger Strike for Tibet” è portato avanti da Shingza Rinpoche, un lama tibetano di alto lignaggio e da due laici, Dorje Gyalpo e Yeshi Tenzin. I tre chiedono che l’ONU invii in Tibet una delegazione per appurare quanto sta succedendo in quella parte del mondo e faccia pressione sul governo di Pechino affinché cessi la brutale repressione nei confronti di quanti protestano pacificamente contro il dominio coloniale cinese.
Partito alquanto in sordina, questo sciopero della fame ad oltranza ha cominciato ad attirare l’attenzione dei media dopo che il 9 marzo il noto attore americano Richard Gere è venuto a rendere omaggio ai tre digiunatori. Da quel giorno si sono moltiplicate le visite di rappresentanti della carta stampata e delle televisioni internazionali. BBC, France Presse, Al Jazera e altre ancora hanno intervistato negli ultimi giorni gli scioperanti e il presidente del Tibetan Youth Congress, Tsewang Ringzin. Inoltre il presidio è divenuto meta di un ininterrotto pellegrinaggio dei tibetani che vivono a New York e di numerosi sostenitori della causa del Tibet.
Con ogni probabilità questa rilevanza mediatica è alla base della dichiarazione di Ban Ki.moon che aveva comunque inviato nei giorni scorsi un funzionario di primo piano della Commissione per i Diritti Umani, Ivan Simonovic, a prendere visione delle condizioni di salute dei digiunatori e a parlare con Tsewang Ringzin. Evidentemente ai piani alti del Palazzo di Vetro ci si comincia a preoccupare di quanto potrebbe accadere lì fuori, proprio sull’uscio di casa. Se il prolungarsi del digiuno dovesse avere conclusioni drammatiche, l’idea di ritrovarsi sotto i riflettori accesi dei media con la responsabilità di uno o più Bobby Sands tibetani a pochi metri dai loro sontuosi uffici inquieta non poco la dirigenza delle Nazioni Unite. E che all’interno dell’ONU ci siano numerosi mal di pancia per la situazione in Tibet è apparso evidente due giorni fa quando i rappresentanti di diverse Nazioni europee presenti alla 19esima sessione della Commissione sui Diritti Umani attualmente in corso a Ginevra, hanno sollevato il problema della repressione nel Paese delle Nevi. L’Unione Europea, che si è detta “allarmata” per le notizie che parlano di “violente repressioni delle proteste e di numerosi morti e feriti”, ha chiesto a Pechino di astenersi dall’usare la forza contro forme pacifiche di contestazione e rilasciare tutti coloro detenuti per aver liberamente e pacificamente esercitato il loro diritto di critica e di parola. La delegazione tedesca ha appoggiato la posizione della UE mentre i francesi hanno espresso “grave preoccupazione” per la serie di autoimmolazioni avvenute in Tibet. I rappresentanti del Regno Unito hanno affermato che la Cina dovrebbe salvaguardare i diritti civili, politici e culturali dei suoi cittadini e anche loro si sono detti “fortemente preoccupati” per la “violenta repressione” delle proteste in Tibet. La Repubblica Ceca ha reiterato la richiesta di un accesso non condizionato alle aree tibetane di una delegazione internazionale per verificare come stiano esattamente le cose. Infine gli USA hanno domandato a Pechino di abbandonare politiche che “ledono le tradizioni linguistiche, religiose e culturali di tibetani ed uiguri”; aggiungendo anche che queste politiche repressive in Tibet sono causa di profonda insoddisfazione e alimentano le proteste.
Viste dal presidio di New York queste prese di posizione e le dichiarazioni di
Ban Ki.moon sono sicuramente buone notizie ma non bastano ancora. Infatti il presidente del Tibetan Youth Congress, pur esprimendo soddisfazione per quanto avvenuto, ha detto chiaramente che “Non è sufficiente”, insistendo sul fatto che i digiunatori si aspettano dall’ONU un effettivo aiuto per il popolo tibetano.
A questo punto la situazione rischia di divenire complicata e il tempo stringe dal momento che il digiuno è giunto al 24° giorno. Inoltre, secondo alcune indiscrezioni che ho raccolto, Pechino comincerebbe ad essere piuttosto irritata. Non ha per nulla gradito le critiche di Ginevra ed è stufa di vedere sventolare bandiere tibetane e striscioni che chiedono l’indipendenza del Tibet davanti ai propri uffici del Palazzo di Vetro. Una matassa difficile da sbrogliare anche per uno che di compromessi ed equilibrismi politici se ne intende come Ban Ki-moon.
Piero Verni
A sostegno di Sonam Tsering
Condannato a morte per reato di opinione nell'attuale provincia cinese del Tibet.
L'informazione non è conoscenza, conoscenza non è saggezza, saggezza non è verità, verità non è bellezza, bellezza non è amore ed amore non è musica; sosteneva Frank Zappa : "music is the best". Anche nella nostra cultura la condizione primaria senza la quale non è possibile argomentare è l'informazione. Vediamo quindi quali sono gli antefatti che, storicamente, ci portano fino al caso di Sonam Tsering e dei suoi compagni, alcuni dei quali purtroppo già fucilati; giovani che non hanno fatto altro che manifestare una diversità di opinione, cercando di informare il mondo dell'attuale condizione tibetana ed inneggiando ad una ritrovata indipendenza visto che in Tibet la libertà di parola è negata, i diritti umani più elementari sono negati, le donne tibetane sono costrette a subire la sterilizzazione e l'aborto, la libertà di religione è negata ed i monaci sono costretti a sessioni di rieducazione patriotica. Fin dal gennaio del 1950 l’allora nuovo governo cinese, rese pubblica la sua decisione di "liberare" il Tibet. I cinesi aprirono le ostilità il 7 ottobre del 1950, ad aprile del 1951 erano alle porte di Lhasa; la resistenza tibetana costò circa 4000 caduti. Nella comunità internazionale nessuno si mosse. Fino al 1953 l'occupazione si limitò a grandi opere di ingegneria che potremmo definire "neutre" come la costruzione di strade ma poi si passò ad un feroce conflitto tra cinesi e tibetani. Tra il 1953 ed il 1959 i tibetani si erano riuniti in bande ed avevano costituito un mobilissimo "Esercito volontario di difesa nazionale" che durante certi periodi ebbe in mano vaste zone del Tibet meridionale ed occidentale. Nel marzo del 1959 il 14° Dalai Lama fu costretto alla fuga in territorio indiano. La repressione militare ha causato decine di migliaia di profughi "sostituiti" da centinaia di migliaia di militari cinesi e da altrettanti coloni che si dedicarono prima al taglio delle foreste primordiali tra l'Himalaya e la Birmania, poi allo sfruttamento dei giacimenti minerari, auriferi, di uranio, di pietre preziose. Col 1965 venne proclamata la nascita della Regione Autonoma Tibetana ma subito nel 1966 le Guardie Rosse della rivoluzione permanente, ovvero della rivoluzione culturale, distrussero la gran parte dei monasteri, della letteratura e delle opere d'arte di carattere religioso presenti in Tibet; di circa 2000 tra templi e monasteri se ne sono salvati più o meno una ventina. Per avere un'idea della repressione cinese in Tibet nel periodo che va dal 1959 al 1992 bisognerebbe leggere l'autobiografia del monaco Gelugpa, ordine che fa capo al Dalai Lama, Palden Gyatso "Tibet, il fuoco sotto la neve", Sperling & Kupfer, Milano, 1977; il racconto di un trentennio di detenzione nelle varie prigioni che costellano l'attuale Tibet dove basta un'accusa di "oppositore dello Stato" per subire detenzioni lunghissime. In certi casi il dramma termina con la condanna a morte eseguita con un colpo di pistola alla nuca, evento comune, come ci dice Amnesty International, in tutti i territori cinesi, talvolta la disperazione del perseguitato è tale che ricorre al suicidio. Il monaco Palden Gyatso passò i primi anni di detenzione immobilizzato da ceppi di metallo alle mani ed ai piedi che non gli venivano mai tolti né di giorno né la notte. Tra i metodi di tortura purtroppo degni di nota, il manganello elettrico: un bastone usato per brutalizzare “l'oppositore dello Stato” che causa dolorosissime bruciature. Una delle armi più spregevoli, tra quelle impiegate dai cinesi nel loro piano di genocidio culturale dei tibetani è stata l'apertura di sezioni a luci rosse nei quartieri nuovi di Lhasa per diffondere droga e prostituzione tra la gioventù autoctona. A livello politico non si può non citare la repentina scomparsa del 7° Panchen Lama, Lobsang Tseten, forse avvelenato subito dopo avere duramente criticato la politica cinese in Tibet. Morto per arresto cardiaco dissero nel 1989 i cinesi, ma poi, nel 1995, le forze di polizia cinesi sequestrarono il bimbo tibetano Ghedun Cholkyi Nyima, nato nel 1989 e riconosciuto dal Dalai Lama come legittimo successore del Panchen Lama defunto e da allora del piccolo Panchen Lama non si è saputo più niente. L'incidente ebbe una eco mondiale ed il Parlamento Europeo nel 1995 dichiarò uno stato di "grave preoccupazione per la notizia del sequestro del bambino tibetano Ghedun Cholkyi Nyima e dei suoi genitori da parte delle autorità cinesi". Successivamente è comparso dal nulla un candidato cinese come 8° Panchen Lama, si chiama Gyalchen Norbu. Per avere un'idea approssimativa della portata della tragedia tibetana dobbiamo considerare che su una popolazione di nemmeno sei milioni di abitanti all'incirca un milione e duecentomila sono stati i morti e circa centoventimila i profughi. Dal 1995 al 2008 l’invasione tibetana sembrava dimenticata dall'opinione pubblica mondiale nella speranza che la Cina, essendo passata dal comunismo al capitalismo di stato, avesse superato l'uso della tortura, la pena di morte, l'espansionismo coloniale, ma i fatti del 2008 e le recenti condanne a morte ci fanno dire che i cinesi sono semplicemente rimasti indietro nell'evoluzione della civiltà. Nell’aprile 2009 iniziarono i processi, due giovani tibetani, Lobsang Gyaltsen (27 anni) e Loyak (25 anni), furono condannati a morte con esecuzione immediata della sentenza. Furono fucilati il 20 ottobre dello stesso anno. Altri cinque giovani tibetani furono condannati a morte ma l’esecuzione della sentenza fu sospesa per due anni: Tenzin Phuntsok, 27 anni, condannato nell’aprile 2009, Kangtsuk, 22 anni, condannato nell’aprile 2009, Penkyi, 21 anni, condannata nell’aprile 2009, Pema Yeshi, 28 anni, condannata nel novembre 2009, Sonam Tsering, 23 anni, condannato nel maggio 2010. Tragica dimostrazione del perdurare di questo stato di crisi è che dal mese di marzo ad oggi sette giovani monaci si sono dati fuoco. Qualche anno fa a Milano ebbi l'occasione di ascoltare gli insegnamenti di Sua Santità Tenzin Gyatso l'attuale Dalai Lama. Ricordo due concetti che Sua Santità ha esposto in quell'occasione: "la solitudine è sofferenza" il primo e "la realtà è in divenire" il secondo. Vorrei con questo dire che di fronte alla pena di morte inflitta da un essere senziente ad un altro essere senziente non possiamo non sentirci tutti tragicamente soli e che solo la speranza che il divenire del reale ci porti tutti ed indistintamente ad uno stato di liberazione ci trattiene dal ritenerci purtroppo tutti condannati a morte come Sonam Tsering.
Gabriele Corazza
Riferimenti storici riassunti da “Note sulla storia del Tibet" di Fosco Maraini, altre fonti:
www.freetibet.eu e www.ticinotibet.ch
In un crescendo impressionante di avvenimenti tragici, due giovani tibetani sono stati ieri abbattuti a raffiche di mitra da agenti della Polizia Cinese mentre dimostravano pacificamente per la liberazione del Tibet. L’episodio è avvenuto nel villaggio di Karze, una prefettura autonoma tibetana dello Sichuan, importante provincia della Cina Popolare. Poco ore prima della sparatoria Tenzin Wangmo, una monaca ventenne del monastero Dechen Choekhorling della contea di Nnegaba, sempre nello Sichuan, si era data fuoco dopo aver gridato per alcuni minuti slogan in favore della libertà del Tibet. Con la sua morte sono quindi ben nove le persone che quest’anno si sono immolate con il fuoco per protestare contro l’occupazione del Tibet. Cinque solo in queste prime settimane di ottobre.
Di estrema prudenza è la posizione dell’Amministrazione Tibetana in Esilio che ha chiesto soprattutto l’intervento della diplomazia internazionale e celebrato ieri una giornata di preghiera. Più radicali sono invece le reazioni della società civile dell’esilio tibetano. Uno dei principali intellettuali della diaspora, lo scrittore Jamyang Norbu, si chiede, tra l’altro, se non sia il caso che la direzione della lotta di liberazione passi nelle mani della resistenza interna visto che l’ex Governo tibetano in esilio è stato dichiarato sciolto nei mesi scorsi dallo stesso Dalai Lama. Claudio Cardelli, Presidente dell’Associazione Italia-Tibet che ha lanciato in questi giorni una riuscita campagna su Facebook dal nome “Torce Umane in Tibet”, lamenta l’assordante silenzio dei media: “Cerchiamo con questa iniziativa, che ha già raggiunto oltre 2500 adesioni e non solo in Italia, di compensare il vergognoso silenzio della stampa italiana su quanto sta accadendo in Tibet”.
In effetti il silenzio, o almeno il quasi silenzio, non è prerogativa unica della stampa italiana. Nove immolazioni con il fuoco meriterebbero sicuramente un’eco molto più vasta di quanto non stia accadendo. Anche perché non è ben chiaro quello che questi avvenimenti potrebbero innescare. Non a caso nel suo lucido intervento, Jamyang Norbu ricorda come le rivoluzioni arabe degli scorsi mesi partirono dalla morte di Mohamed Bouazizi, che il 4 gennaio scorso si diede fuoco a Tunisi per protestare contro il regime tunisino innescando quel profondo sconvolgimento che ancora sta scuotendo il mondo arabo. Sconvolgimento che fin dall’inizio ha enormemente preoccupato la dirigenza cinese che è arrivata al punto di proibire per settimane l’uso del termine “gelsomino”, parola simbolo della rivolta, sulla stampa e su Internet.
Infatti quella Cina che offre a un’Europa in profonda crisi economica e identitaria l’acquisto di buona parte del suo debito pubblico, non è la nazione forte e sicura immaginata da molti centri di potere politico ed economico. Oltre alla crisi tibetana, ci sono i mai risolti casi degli uiguri e dei mongoli. Così come all’interno della stessa popolazione han, Pechino deve affrontare i problemi causati dalle minoranze religiose che non si piegano alla sua repressione. Per non parlare dello stillicido di migliaia di piccole “rivolte del pane”, espressione rabbiosa della disperazione di milioni e milioni di individui costretti a vivere in condizioni di autentica indigenza. Infine, quello che è forse lo scenario più inquietante e che da tempo aleggia nel cielo sopra Pechino: lo spettro dello scoppio di una immensa bolla immobiliare. Deflagrazione che potrebbe avere effetti devastanti.
Ecco perché la dirigenza cinese è così preoccupata dalle terribili fiamme che sempre più numerose illuminano gli sconfinati orizzonti del Tetto del Mondo. Però l’algida chiusura ad ogni ipotesi di mutamento sembra non essere la via migliore da seguire. Per non cambiare niente, i signori di Zhongnanhai rischiano di far crollare tutto, incapaci di vedere quella scintilla che secondo Mao era in grado di incendiare l’intera prateria.
Piero Verni
Una delegazione del comitato allargato dell'Associazione Ticino Tibet
si è recata a Dharamsala per i festeggiamenti dei 50 anni del
Tibetan Childrens Village
Il simbolismo della Bandiera Nazionale Tibetana
Attività proposte – annunci vari
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10 marzo 2010 Commemorazioni dell’insurrezione popolare nel 1959 a Lhasa
Berna: commemorazione nazionale
8 – 11 aprile 10 Visita di SS il Dalai Lama a Zurigo
„Compassione e altruismo nell’economia“
Conferenze organizzato da the Mind & Life Institute
9 – 11 aprile 10 „noi siamo il TIBET“ – ll primo Forum del Parlamento della Gioventù Tibetana in Europa (ETYP) all’occasione delle celebrazioni di 40 anni VTJE / ETYP, Zurigo.
8 aprile 10 Celebrazione „Merci Schwiiz – Grazie Svizzera“ - 50 anni Tibetani in Svizzera, Swissôtel, Zurigo-Oerlikon
10 aprile 10 Svizzera per il Tibet – Tibet per il Mondo, Münsterhof, Zurigo
Manifestazione nazionale per maggior solidarietà con il Tibet e rinnovamento della politica per il Tibet in Svizzera
11 aprile 10 Dalai Lama – conferenza pubblica : „Responsabilità universale nel sistema economico“, Zurigo
29 aprile 10 Assemblea generale FOSIT, Centro La Piazzetta, Lugano
15 maggio 10 8° assemblea generale ATT, Locarno
15-16 maggio 2010 “Cammino della Verità” conferenza e seminario di
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dal 2000 a Auckland NZ
aula magna, SPAI, Locarno
aggiornamenti sul progetto Vista, Kham/Tibet
06 luglio 2010 Compleanno di SS XIV Dalai Lama
agosto 10 gruppo donne tibetane in visita in Ticino
settembre 10 Conferenza e seminario con Dr. Martin Kalff
ottobre 10 viaggio Comitato ATT a Dharamsala e Nepal
novembre 10 Festival del film tibetano
dicembre 10 manifestazione di beneficenza per il progetto Tadra
in collaborazione con la famiglia Dr. P. Tawo
La croce e il mandala Autore: Werner Weick
Cofanetto con 2 DVD
Prezzo: fr. 45.00
I due simboli, la croce e il mandala, rappresentano il nucleo culturale e religioso dei due popoli.
Prigionieri di Pechino e Shangri-La
Rievoca la tragedia di un popolo, quello tibetano, oppresso dal 1950 e da allora in attesa di una solidarietà internazionale che a livello politico tarda a manifestarsi anche se il Dalai Lama, leader carismatico, gode di una vasta popolarità.
Filo conduttore è Tashi, una donna tibetana imparentata con il Dalai Lama, giunta in Svizzera nel 1961, da bambina insieme al fratello, in seguito all'insurrezione contro l'occupazione cinese a Lhasa nel 1959 Presentazione (pdf) -
Per ogni informazione potete contattarci al 079 656 09 21 o scrivere
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Comitato direttivo ATT:
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Collaboratrice: Marie-Thérèse Gloor, Lugano
Collaboratrice: Antonella Trabattoni, Origlio
Revisori: Claudio Bernasconi, Chiasso e Tatjana Balbina, Muralto
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Studenti e AVS: Fr. 30.-
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